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Milano-Pavia 2009


By administrator - Posted on 22 November 2009

Una settimana prima della gara avevo corso la Mezza Maratona di Cesano Boscone sotto la pioggia, in una fredda giornata autunnale e poi avevo avuto anche la febbre. Qualcuno ben informato mi aveva consigliato di starmene tranquillo e di non rischiare in un'ulteriore gara. Non è possibile spiegare in poche parole l'importanza di un gesto atletico in una impresa tipo la Milano-Pavia, se non si ha mai vissuto questa atmosfera.

Così sono andato lo stesso ad allenarmi in settimana, il giovedi pomeriggio e anche il venerdi, anche se con tempi poco incoraggianti: le solite mezze maratone, questa volta corse intorno alle 2 ore. Avevo deciso di partecipare ugualmente, perché non è possibile mancare all'appuntamento della Milano-Pavia.

Il giorno della gara sono arrivato prestissimo a Milano, anche se il mio stato psicofisico non era ottimale. In genere il giorno della gara mi alzo intorno alle 5.00. Seguo una minuziosa preparazione fatta di gesti collaudati, niente è lasciato al caso.

In questi giorni sono sempre teso. La colazione è leggera, gli integratori sono pronti. Indosso i sensori che userò poi, infilo l'auricolare bianca che mi circonda dolcemente i lobi dell'orecchio, mi spalmo la crema sulle gambe, preparo il cambio.

Quando la borsa è pronta salgo in macchina. Tutti intorno dormono, sono le 6.00. Comincio a pensare che il running sia uno sport per insonni. Arrivo al terminal di Bisceglie alle 6.30, salgo sul treno. Ascolto la musica per la concentrazione e mi guardo intorno: ci sono solo extracomunitari e ragazzi assonnati che tornano dalla disco. Mi guardano come si guarderebbe un marziano, perché indosso la divisa del podista, mentre questi hanno solo voglia di andare a dormire. Sì, probabilmente quello un pò matto sono io.

Comunque, con questa rinnovata consapevolezza arrivo a Porta Genova e percorro a piedi Via Vigevano, per arrivare nei pressi della Darsena. Ogni tanto incrocio un podista che si avvicina alla meta. Vuol dire che ci siamo.

Sono le 7.30 e sono al punto di ritrovo della gara. Devo ritirare il pettorale e poi depositare la borsa. Ci sono 2 ore da passare prima della partenza. In genere questi minuti passano molto velocemente, in quanto la tensione capitalizza tutta l'attenzione.

La temperatura è di 8 gradi, ma ho deciso di correre leggero. Rispetto all'estate indosserò in più solamente una maglietta sotto la canottiera e un paio di grossi guanti verdi di panno. Mezzora prima della partenza sono già pronto e per evitare di raffreddarmi troppo, indosso anche un sacchetto della spazzatura, che lascerò in un cestino appena prima di partire.

Partiamo alle 9.30 dalla Darsena. Questa volta non ho cercato di essere vicino al nastro di partenza, ma ho cercato di gestire al meglio la situazione, perché so di non essere al meglio. Per cui la partenza è un pò in sordina.

Mi rifaccio nei chilometri successivi, superando di slancio svariati gruppi di persone nei primi 20 chilometri.

All'appuntamento della mezza maratona passo con il tempo di 1h e 41m, dieci minuti al di sopra del mio tempo ottimale. Sono consapevole di dovere gestire un calo nei prossimi 10 Km, dovuto alle mie condizioni non ottimali. Comunque vado avanti, sempre avanti.

La Milano-Pavia è una gara tutta incentrata sul Naviglio Pavese. Essa consente davvero di farsi un idea della distanza tra queste 2 città. Il percorso è praticamente tutto diritto ed è in fondo anche un po’ monotono. Spesso le uniche variazioni del paesaggio sono date dai cartelli dei chilometraggi. Questo implica da parte del podista una maggiore concentrazione sulla corsa, in quanto la mente non ha altri elementi di distrazione al di fuori della corsa stessa.

Arrivo alle porte di Pavia al 30esimo Km. La gara sembra quasi fatta, ma mancano ancora 3 Km. Il ll naviglio entra fino quasi al centro città. L’ultimo Km si svolge nel centro storico, bisogna correre sul lastricato in mezzo alla elegante folla domenicale che guarda contenta e stupita l’arrivo dei podisti accaldati.

Dopo l’arrivo bisogna percorrere a piedi il vecchio ponte coperto, dove occorre rendere il chip e ritirare la borsa per il cambio. Qui, a causa della cattiva organizzazione ho aspettato parecchi minuti sudato al freddo, in quanto le borse di tutti i partecipanti sono state orrendamente mischiate e occorre effettuare a proprio carico il riconoscimento della borsa.

Dopo essermi rifocillato al ristoro, salgo sul pulman che mi riporta alla Darsena di Milano. Arriverò infine a casa alle 15.00, dove potrò raccontare tutta la mia avventura, durata in totale ben 10 ore.

Con questa esperienza ho potuto ancora constatare di persona la differenza che intercorre tra quello che si dovrebbe fare, che in genere è dettato da considerazioni di opportunità e dalle alchimie tra costi e benefici e quello che si deve fare, che è dettato essenzialmente dalla passione e da quello che noi sentiamo come bene primario. Non si può pensare di essere felici facendo solo quello che conviene fare, ma occorre fare quello che la tua persona ambisce e desidera come realizzazione dell’individuo, ma soprattutto come aspettativa globale.

Ho anche potuto constatare quanto siano importanti tutte le situazioni in cui siamo consapevoli di non potere dare il meglio di noi stessi in senso assoluto, ma diamo comunque il meglio di noi stessi per quel momento e in una data situazione. E che lo sforzo in certi casi che dobbiamo mettere per ottenere un risultato è molto maggiore, e allora però anche la soddisfazione sarà più grande in proporzione.

Ma c’è una cosa ancora alla quale non so dare una risposta chiara: cosa possa spingere così tante persone come me ad affrontare la domenica mattina una corsa di oltre 30 km, in una giornata fredda e nebbiosa tra Milano e Pavia è ancora un mistero.